giovedì 18 dicembre 2014

Soligo occupata Parte 2

Gli Austro-Ungheresi

Il 6 dicembre 1917 partirono le truppe germaniche e subentrarono gli Austro-Ungheresi. Si ebbe subito l'impressione che le condizioni nostre sarebbero peggiorate: da quell'accozzaglia informe di soldati (vi erano Galliziani, Austriaci, Transilvani, Ungheresi, Bosniaci, Boemi, Croati ecc.) laceri, sudici, sporchi, pieni di fame, d'era da aspettarsi ogni cosa. Intanto nel paese viene stabilito un Comando militare; si respira: c'è almeno un punto sicuro di riferimento per le nostre domande e proteste, di cui si moltiplicano ogni giorno le ragioni.
Ma si apre anche la segreta e implacabile fucina, donde emanano quelle ordinanze di sequestri, di denunce, che danno l'aspetto di legalità alle requisizioni di bestiame, di grano, di biancherie, di fieno, di oggetti di ottone: il diritto di guerra distrugge il diritto di propietà. Sono inutili le proteste; vi mostrano le prigioni attigue al comando o vi fanno intendere che nel Friuli c'è posto anche per voi. E intanto le case si spogliavano delle cose più necessarie alla vita e in pochi giorni di un ricco patrimonio bovino non rimanevano che quaranta capi di bestiame in tutto il paese°1 : a stento si potè organizzare un servizio di latte per il sostentamento degli ammalati e dei bambini.
A un cento momento anche le campane sono gettate dalla loro torre: è uno schianto, pare che qualche cosa di intimo, di sacro, di aderente al nostro essere si stacchi a forza da noi e laceri le fibre più sacre del cuore.
Con l'aiuto di un ufficiale riesco a mala pena a salvar l'organo e la pala dell'altar maggiore, descritta come capolavoro ancora negli oggetti d'arte del cessato regno Lombardo Veneto.
Arrivò il Natale, triste, desolato; l'incubo più nero pesava sulle anime. Ormai la misura era colma; le lagrime, i sospiri traboccavano dal cuore rigonfio. Si fede un adunanza dei Capi-famiglia in Chiesa; raccomandai pazienza, un prudente riserbo coi nemici, a cui facevano buon servizio le chiacchere indiscrete, e vigilanza sulle ragazze. Conclusosi che certo nella primavera le nostre truppe avrebbero ricacciato indieto l'invasore. Ad ottenere questa grazia sospiratissima, dietro proposta di D. Battista Bolzan, mio cooperatore, il popolo pronunciò un voto solenne di acquistare una lampada da accendersi davanti al SS. Sacramento appena fosse venuta la liberazione. Tutto ciò avveniva nel gennaio 1918.
Ma dovevano sopragiungere momenti ancora più terribili. Il 3 febbraio, nel pomeriggio, mentre la gente usciva di chiesa e si avviava nelle proprie case e la musica del 63° reggimento di fanteria austriaca suonava nel piazzale delle scuole, un aeroplano italiano volteggiava nel cielo di Soligo e faceva alcune segnalazioni al Montello. Di lì a poco ecco alcuni schinti improvvisi: gli ufficiali di stanza in canonica si rifugiarono precipitosamente dietro la chiesa. I colpi si succedono secchi, taglienti, tambureggianti. Urla, pianti, lamenti soffocati si fanno sentire dal paese. Discendo... e non posso frenare le lagrime dinanzi allo scempio lagrimevole causato da quell'improvvisa raffica di granate.
Otto vittime sono pietosemente raccolte, mentre i feriti trovano ricovero e assitenza nell'ospedale.
Il doloroso episodio indusse il Comando di occupazione a ordinare lo sgombero completo del paese: l'evacuazione doveva effettuarsi a scaglioni nel più breve tempo possibile. Inutile dire lo smarrimento della popolazione: alle incertezze dell'esilio, al doloroso vagabondare in paesi di fratelli sì, ma la cui solidarietà poteva solo manifestarsi in uno stile compianto, tutti preferivano la permanenza in quella terra, che conoscevano palmo a palmo, che amavano come si amano le cose care, anche se da un momento o l'altro poteva tramutarsi nella loro tomba.
Mi feci interprete di questi sentimenti presso il comando nemico, ma invano: il primo scaglione di ventotto famiglie dovette partire con lo schianto nel cuore°2.
Allora in mezzo ad avventure quasi romanzesche. a sofferenze inaudite, accapparrandomi con l'esborso di seicento corone la solidarietà di due gendarmi, posso metter piede trafelato, sfinito dopo un lungo giro per Molinetto, Rolle, Farrò, Premaor, nella stanza del generale di Divisione a Campea°3, il quale ha la compiacenza di ascoltare cortesemente le mie domande. In quel momento dal telefono gli si annuncia che cadono granate al Pero e al Campestrin: " e lei vuol rimanere a Soligo?, mi dice. Se vuole rimanga pure con i suoi parrocchiani, ma il comando declina ogni responsabilità per le possibili disgrazie" Era quanto desideravo. Gli esprimo la mia riconoscenza e lo prego di mandar l'ordine a Soligo. Il popolo accoglie la notizia con lagrime di giubilo.


Il peso amarissimo

Il consenso di rimanere diffonde un baleno di gioia, che rischiara fugacemente quel cielo minaccioso, gravido solo di tempeste, che da troppi mesi ci opprime. Un qualche sollievo porta anche il raccolto discreto dei bozzolo, pagati con carta delle Cassa Veneta di Prestiti, e l'istituzione, patrocinata dalla Croce Rossa, della corrispondenza epistolare con l'Italia invasa. Qualche saluto di parenti, di amici, di persone care arriva e reca un raggio di speranza. Ma l'oppressione nemica stringe le rue ritorte. Sulle labbra con accento fioco e sommesso affiora la santa parola di libertà. Libertà, dono eccelso di Dio!... E' una visione lontana, quasi un sogno, di cui non rimane che un barlume indistinto e un soave ricordo. Ah triste, doloroso, umiliante l'averla perduta! Dover soffocare ogni palpito più nobile del cuore... dover trattare con uno straniero che ti odia, ti umilia, che cerca tutte le occasioni per farti del male, che ti calpesta... respirare nell'aria la diffidenza, il tradimento... dover ancora inchinarsi e far buon viso a chi non ti degna neppur di uno sguardo, o a chi ha risposto al tuo beneficio con lo spionaggio vilissimo e ignobile... dover soffrire in silenzio, divorare le proprie lagrime, che talora sgorgano cocenti e amarissime... ah! tutto questo è uno strazio morale, che incide nell'anima e nel corpo tagli più profonti di qualsivoglia dolore e sofferenza fisica.
Ed io le ho provate queste insopportabili limitazioni al diritto più sacrosanto. Non mi era permesso di muovermi, se due baionette di gendarmi non mi luccicavano accanto; in Chiesa non potevo aprir bocca se l'interprete presente non controllava ogni mia parola; una volta che a Solighetto dall'altare ho raccomandato, specialmente alle ragazzem di tener alta la propria dignità di cristiane e di italiane, aggiungendo alcune frasi di speranza in una prossima azione delle nostre truppe, mi son visto rimeritato con la prigione. perfino la segretezza della confessione non fu sempre consentita: una volta a Solighetto ho dovuto confessarmi, presenti i gendarmi.

Profughi italiani di Rovereto

°1 Prima dell'invasione i bovini nel comune di Farra di Soligo sommavano a 2300; alla liberazione ne erano rimasti 54, dei quali 32 ne possedeva la frazione di Soligo.La Latteria di Soligo ricevette un colpo enorme, andarono perduti  i bovini e tutto l'archivio. Solo dal 1921 si ritornò a produrre latte in quantità.
°2 Tra le famiglie esuli vi furono anche i Toffoli. Il mio bisnonno Marco, classe 1883, si trovava sul fronte del Piave in un reparto medico e la sua famiglia insieme probabilmente a quelle dei fratelli Bemiamino e Sante, anche loro soldati, partirono per il Friuli. La mia bisnonna Paola ebbe una figlia durante l'esilio, la mia prozia Lina nata in prov. di Udine il 4 giugno 1918. Era un gruppo di donne, vecchi e bambini. La mia bisnonna doveva anche badare al figlio maggiore Angelo che aveva 6 anni, e alle figlie Elvira e Rita ancora più piccole, vi era inoltre insieme a loro anche il suocero Andrea Toffoli che in quel momento aveva 75 anni.
°3 Dovetti far sì lungo giro perchè avevo il passaporto per recarmi solo a Molinetto. I gendarmi poi, con loro pericolo, mi scortarono fino a Campea.


mercoledì 17 dicembre 2014

Soligo occupata Parte 1

Dalle memorie di Don Pasin, parroco di Soligo dal 1908 agli anni '60.

Ore d'angoscia

Siamo ad un momento epico della storia di Soligo, che forse non ha riscontro con alcuno dei passati°1. Chi ne ha vissuto la terribilità tradica ricorda che solo la fede in Dio e nei destini sicuri della patria ha potuto salvare gli animi dell'avvilimento irreparabile e protenderli ancora verso un'attesa fiduciosa.

Agli ultimi dell'ottobre 1917 un velo grigio si stendeva sulle pagine di fulgido croismo scritte dalle nostre truppe sulle vette del Trentino, sui balzi delle Dolomiti, negli anfratti insidiosi del Carso. La luce di tante battaglie vittoriose, di eroiche avanzate verso le città sorelle, che sospiravano l'amplesso della madre patria si eclissava dinanzi all'immane sventura di Caporetto.
Come lama tagliente scese nel cuore a noi Veneti la notizia ferale che il nemico, travolte le nostre organizzazioni difensive, s'era aperto il varco verso la pianura friulana. S'iniziava così il nostro doloroso calvario. Per un istante si credette che il Tagliamento potesse arginare l'irrompente avanzata. Ma svanita presto l'illusione, si delineò inevitabile l'occupazione nemica fino al Piave, e bisognò raccogliersi nella muta aspettazione del fatale avvenimento.
Giorni di tristezza indefinibile, di passione tormentosa, d'ansia mortale! Le nostre strade offrivano uno spettacolo miserando: profughi dal volto livido e stravolto, carriaggi, ambulanze, artiglierie, e colonne interminabili di truppe. Noi interrogavamo con muto sgomento il volto dei nostri soldati. La sventura vi avea impresso il suo solco sanguineo, ma nelle pupille brillava un raggio di d'indomita speranza. Il grande dolore aveva scavato dalle profondità dell'anima e levato in alto, rideste alla luce, le native virtù della stirpe. Leggevamo in quegli occhi la ferma volontà di resistere, di muovere alla riscossa. E ciò temperava nei nostri cuori la paura angosciosa dell'ignoto, che si rizzava dinanzi come feroce e implacabile fantasma.

L'arrivo dei nemici

Spuntava il 9 novembre: giornata triste. Una nuvolaglia grigia copriva il cielo quasi funebre, e stillava una pioggerella sottile, uggiosa, monotona.
Dovunque incombeva quel silenzio grave, che suole procedere le grandi bufere. La popolazione stava ritirata nelle case in preda ad un'ansia terribile. Scoccando dal campanile i rintocchi del mezzodì, che si disperdono nell'aria come singhiozzi. Passano le ultime pattuglie italiane di retroguardia. Notizie sempre più precise annunziano il graduale progresso dell'avanzata nemica.
Ed alle ore 15 e 30 ecco apparire sulla strada che da Pieve mette al tempietto delle Grazie alcuni uomini a cavallo, coperti di un ampio mantello: sull'elmo spicca il chiodo caratteristico dei Bavaresi e dei Sassoni. Procedono con cautela, spiano ad ogni angolo, temono agguati, fan risonare secchi colpi di mitraglia, ed entrano nel paese.
Nel piazzale delle scuole saltano a terra con un sordo rimbombo: ormai siamo a descrizione del nemico. Dietro al primo gruppo di cavalieri spuntano da tutte le strade, dai viottoli, di tra le siepi, soldati a piedi, che si disperdono in tutte le direzioni a prender possesso del paese.
Cala la sera, dal cielo continua lo stesso monotono stillicidio: è il pianto delle cose che si unisce al pianto dei cuori. La Canonica si siempie di parrocchiani in preda al terrore. Dalla finestra socchiusa del mio studio sto affannoso a spiare, quando due grossi colpi alla porta mi fan sussultare. Un ufficiale domanda del parroco, tiene in una mano una lampadina elettrica, nell'altra un piccolo vocabolario tedesco-italiano; dietro a lui arcigni e impettiti quattro soldato con corde al collo e pugnali. Vuol visitare la casa per accertarsi se ci siano soldati italiani. L'accompagno da per tutto, perfino nel granaio e in cantina. Quivi gli offro del vino, il suo volto s'illumina, accetta, ma prima devo assaggiarlo io. Gli raccomando di trattar con bontà i parrocchiani, sorride ironicamente, saluta e va.
Intanto nel buio della notte lampeggiano i fuochi rossastri; s'alzano fiammate nei cortili, ai crocicchi, nelle vie; un odor acre di carne bruciata giunge col vento umido della sera a nausear le narici. Si sente un rumore indescrivibile; urla di bestie, grida di donne, canti stranieri, strida rauche fanno un concerto selvaggio che assorda. E' incominciato il gavezzamento, la baldoria delle truppe in mezzo all'abbondanza. Al mattino sono visibili i segni dell'orgia notturna: ossi, tizzoni in ogni angolo; case aperte, disabitate, coi mobili sconquassati; cassetti derubati, biancheria e vestiti per terra, qua e là pozze di vino. E' una desolazione.
Il ritmo delle ruberie e degli sperperi non si allenta: nel corso di una settimana i soldati tedeschi s'insediano da padroni nelle case, dormono nei letti, confinando in qualche cantuccio i leggittimi possessori, tracannano il vino, ingoiano le riserve di cibo, che ai contadini han costato tanti sudori. Li vedo poi in Chiesa devoti, composti°2.
Arriva un generale nel palazzo Brandolini: mi presento a protestare, a chiedere aiuto, a invocare un pò di regola e di legge. Egli ascolta quasi impassibile, accarezzando dei grossi cani, le parole dell'interprete; poi mi guarda, sorride: "E' la guerra... l'avete voluta voi... eravamo alleati... ci avete traditi... ora godetevela...".
Sta per voltarmi le spalle. Invoco allora almeno la grazia di avere qualche medico per l'ospedale, dove tanti ammalati soffrono. Mi dice bruscamente: "ha venti bottiglie di vino? ... allora avrà i medici". Accenno di sì, esco con un ufficiale e due soldati, consegno le bottiglie, e gli infermi nostro possono finalmente avere le cure richieste.
Frattanto passano per Soligo i profughi si Sernaglia, Colbertaldo, Vidor, Valdobbiadene, Barbozza, Guia: è il corteo dolorante della miseria e della sventura. Passano a frotte, a piedi, su carri, su carriole, donne, vecchi, bambini, tutti istupiditi, inebetiti, accasciati: sembrano invocare la morte. Dopo una breve sosta a Soligo: "avanti gridano loro i tedeschi, verso il Friuli, la è sicura la vita, vi è pane, non vi sono granate".



Alla memoria carissima di Toffoli Andrea fu Gallo cristiano esemplare amoroso della famiglia ottantenne sopportò con pasienza gli orrori dell'invasione confidando nel premio del cielo dove si recò il 17 aprile 1921. I figli posero.





°1 Ad esempio le linvasioni francesi del 12.10.1796 e del 1798.
°2 Non so conciliare un contegno così edificante con tante ruberie. Un cappellano militare bavarese mi spiega l'arcano: " i soldati tedeschi, egli dice, sono leoni in guerra, fanciulli in chiesa, e in tempo di riposo ladroni rapaci: in bello leone, in ecclesia infantes, in requie latrones rapaces".

martedì 16 dicembre 2014

Gli archivi parrochiali di Farra di Soligo

 Farra di Soligo è un piccolo comune della provincia di Treviso, a pochi chilometri dal Piave. Si trova delimitato da alcuni colli sotto i quali si trovano le varie frazioni del paese: Soligo, Col San Martino e Farra. Confina con Follina, Miane, Moriago della Battaglia, Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia, Valdobbiadene e Vidor.Il centro più importante dei dintorni è Conegliano dove passa la ferrovia e l'autostrada Venezia-Belluno. Il paese è attraversato dal fiume Soligo che sfocia nel piave. Farra di Soligo prende il nome dal fiume omonimo e dal termine longobargo "Fara" che era l'unità fondamentale dell'organizzazione sociale e militare dei Longobardi.



Esistono a Farra di Soligo due chiese parrocchiali. Una in località Soligo dedicata a S. Pietro e Paolo,e l'altra in località Farra dedicata a Santo Stefano Promartire che è il duomo del paese.

Curiosamente la più antica delle due è quella di Soligo, dato che il Duomo era fino alla fine del 1700 sotto l'amministrazione della chiesa di Pieve di Soligo.

L'archivio di Farra è così composto:

Battezzati:    1770-1802 (1180 atti)
                   1803-1850 (1410 atti)

Matrimoni:   1747-1805 (304 atti)
                   1817-1892 (480 atti)

Defunti:       1780-1865 (2650 atti)

A questi vanno aggiunti gli indici e i libri dell'anagrafe austriaca.

Chiesa di Farra


L'archivio di Soligo (frazione di Farra di Soligo) è così composto:

Battezzati:    1573-1599 (Volume perduto o non reperibile)
                   1599-1667
                   1667-1721
                   1721-1804
                   1804-1848
                   1849-1889

Matrimoni:    1573-1667 (Volume perduto o non reperibile)
                    1667-1736
                    1736-1853
                    1854-1925

Defunti:    1573-1602 (Volume perduto o non reperibile)
                1602-1666
                1666-1721
                1722-1803
                1804-1848
                1849-1900
               
A cui si aggiungono gli indici e i libri dell'anagrafe austriaca.               


Chiesa di Soligo dal Colle San Gallo
I volumi indicati come "perduto o non reperibile" non sono stati trovati nell'archivio par. di Soligo sia nel 2009 che nel 2014. Dal libro scritto da Don Giovanni Pasin risulta che questi libri erano nell'archivio almeno fino al 1965.

Fonti genealogiche:

Stato Civile italiano https://familysearch.org/search/image/index#uri=https%3A%2F%2Ffamilysearch.org%2Frecapi%2Fsord%2Fwaypoint%2FM8JG-229%3A248109501%3Fcc%3D1947831
Stato Civile Napoleonico http://www.antenati.san.beniculturali.it/v/Archivio+di+Stato+di+Treviso/
Ruoli matricolari http://www.archiviodistatotreviso.beniculturali.it/Ruoli/RuoliMatricolari.aspx
I Bernardi, di R. Bernatdi, 2005.



Bibliografia consigliata:

Soligo distrutta, 1° set. 1944. Bongi, 2005 ( http://www.griobs.eu/pierobongi.html )
Elogio funebre del parroco di Soligo Don Giuseppe Busetti, Ceneda 1816 (https://books.google.it/books?id=zYv2kUiwG_YC&pg=PP12&dq=soligo&hl=it&sa=X&ei=CaSQVMv9K4XuaI3YgLAD&ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&q=soligo&f=false)
Un secolo di vita della latteria di Soligo
Soligo di Don Pasin, 1928


Sitografia:

http://www.farradisoligo.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/Farra_di_Soligo




lunedì 29 settembre 2014

¿Quiénes somos los neuróticos?



* Somos aquellos que encontramos dificultades en lugar de soluciones.
* Aquellos que postergamos actitudes y actos.
* Aquellos que distorsionamos la realidad en función de nuestro provecho.
* Los que manejamos a las personas, los que imponemos razones, los que dejamos de controlar impulsos.
* Los desaliñados y puntillosos, los que no nos conectamos con nuestra amplia vida de los afectos.
* Los que confundimos nuestros pensamientos con nuestras emociones.
* Los que reprimimos nuestro disfrute de las cosas simples de la vida.
* Los que no toleramos las diferencias, los que nos mostramos fuertes y perfectos, los que damos y recibimos con límites.
* Los que no defendemos nuestras posturas y nos sometemos a arbitrariedades.
* Los que luchamos en vano por superar conflictos, los que repetimos situaciones desagradables y, luego nos juzgamos y culpamos por ello.
* Los que hacemos brillantes análisis buscando el aplauso.
* Los que no aceptamos ser queridos, los que sospechamos, los que nos sentimos víctimas de las situaciones.
* Los que tenemos segundas intenciones, los que tomamos en lugar de dar.
* Los que sentimos miedos exagerados ante los otros, los que creemos ser centro del mundo.
* Los que creemos en la idea del falso triunfo, los pesimistas.
* Los que exhibimos exhibiciones, los angustiados, los que escenificamos la vida en lugar de vivirla.
* Los que rendimos tributo a la grandeza de los otros, los que no estamos siendo ante cada acto.
* Los que nos auto-acuartelamos en nuestro yo.
* Los que confundimos límites de lo tuyo y lo mío, los que no respetamos ni lo tuyo ni lo mío.
* Los que buscamos excusas, los que estamos convencidos que los neuróticos son los otros.
Encontremos los caminos necesarios para descubrirnos y aceptar tanto nuestra vida neurótica como la posibilidad de ser felices con lo que tenemos que es valioso e importante.



Ricardo Fullone
Managua

Encontrè esta poesìa en un diariò online "http://www.enplenitud.com" junto a otros articulos que hablan de ayudar a las personas con ACV, ayudar los ancianos ... Creo que el autor sea mi papà Ricardo Luis Fullone (1955-2008) quien viviò en las comunidades franciscanas del Nicaragua entre 1983 y 1985 y quien tenìa una gran pasion para la poesìa y para ayudar al proximo.

http://cbtisozver.wordpress.com/2009/05/13/%C2%BFquienes-somos-los-neuroticos/
http://www.enplenitud.com/como-ayudar-con-terapia-ocupacional-a-quien-tuvo-un-acv.html
http://www.enplenitud.com/la-internacion-en-geriatricos.html
http://www.enplenitud.com/elegir-un-geriatrico-una-tarea-complicada.html





       



Dibujo de Ricardo realizado para su despedida del convento franciscano de Managua. 1985

lunedì 16 giugno 2014

Genealogia dei patrioti argentini di origine italiana 1 .............................................................. Manuel Belgrano

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Biografia

Manuel Belgrano nacque a Buenos Aires il 3.6.1770. Studiò nella scuola di San Carlos e dopo si trasferì prima a Valladolid e poi a Salamanca in Spagna per seguire la carriera di avvocato (non vi erano in Argentina università o scuole superiori). Arrivò in Europa in piena Rivoluzione Francese e visse intensamente il clima rivoluzionario dell'epoca prendendo contatto con le idee di Rousseau, Voltaire, Adam Smith e Quesnay inventore della dottrina economica della fisiocrazia.
Si interessò particolarmente in questa ultima dottrina che poneva la terra come fonte di ricchezza, e per il liberalismo economico di Adam Smith che nel 1776 aveva scritto "La ricchezza delle nazioni", nella quale valorava la ricchezza di un paese per il lavoro dei suoi abitanti e nella capacità di trasformare le materie prime in manufatture.
Nel 1794 Belgrano ormai avvocato tornò a Buenos Aires e venne nominato primo segretario del consolato dal re Carlo IV. Il consolato era un organismo coloniale di controllo sulle attività economiche. Da tale posto potè mettere in pratica le sue idee illuministe creando una scuola di disegno tecnico, matematica e nautica.
Non aveva fiducia nella ricchezza facile dei grandi latifondisti che dava lavoro a poca gente e non creava industria. Era un fervente cattolico e si dice che fosse il più cattolico tra tutti i patrioti argentini che parteciparono alla Rivoluzione.
Nel 1801 partecipò alla creazione del primo giornale argentino "Il telegrafo mercantile..." ma questo venne ben presto censurato dal vicerè Del Pino. Durante la prima occupazione inglese di Buenos Aires (1806) fu l'unico funzionario spagnolo (insieme al vicerè Sobremonte) a non giurare fedeltà a "sua graziosa maestà britannica" e dovette per questo partire per l'esilio alla Banda Orientale (Uruguay). Anche se non era un soldato gli venne conferito il titolo di Sargente maggiore del reggimento dei patrizi e combattè anche nella seconda invasione inglese (1807).
Agli inizi del 1810 le massime autorità del Rio della Plata sapevano della caduta della Cortes di Cadice, ma tennero tutto in segreto per paura che scoppiasse una rivoluzione. La notizia venne comunque trasmessa dai contrabandieri inglesi e in breve scoppiò il panico. La caduta della Cortes  significava lo svuotamento dei poteri del vicerè il quale era stato eletto da detta Corte. Belgrano ottenne la convocazione del "Cabildo abierto" il 22 di maggio, ma solo il 25 maggio il vicerè Cisneros si dimise e si creò una Giunta composta da 9 persone tra cui lo stesso Belgrano in qualità di vocale.
Iniziavano quindi le guerre di indipendenza tra colonialisti e autonomisti. La Giunta di Buenos Aires non era riconosciuta da buona parte delle colonie e Belgrano distituitosi dal suo incarico marciò con un esercito verso il Paraguay. La missione terminò con un insucceso e solo dopo due anni si ottenne un importante vittoria diplomatica che le armi non erano riusciti a dare. Il paraguay non riconobbe la giunta di B. A. ma si isolò dalla Corona di Spagna e dalla guerra smettendo di essere un pericolo per i "patrioti".
Belgrano agli inizi del 1812 venne mandato a difendere le rive del Paranà dove il 27.2.1812 issò per la prima volta la bandiera biancoceleste (dai colori della casata dei Borboni) in seguito diventata la bandiera nazionale argentina.
Nominato generale dell'Esercito del Nord andò a Jujuy, ma trovandosi in netta inferiorità numerica ordinò la ritirata verso il Tucuman non solo dei soldati ma anche dei civili di Jujuy. L'operazione conosciuta come "esodo Jujegno" fu effettuata e migliaia di soldati e civili marciarono per oltre 300 km verso sud. Ritiratosi a Tucuman e ancora in netta inferiorità numerica a Belgrano gli venne ordinato di ritirarsi a Cordoba, ma il generale disubedì per la prima volta al direttorio e inflisse una memorabile sconfitta agli spagnoli nella battaglia di Tucuman il 24.9.1812 che fu la battaglia più importante della guerra. Ottenne una importante vittoria a Salta il 20.2.1813 e come ricompensa gli vennero promessi 40.000 pesos oro che il generale decise di donare per la creazione di quattro scuole, a Tarija (Bolivia), Tucuman, Jujuy e Santiago del Estero. Ma questi soldi finirono nella Banca della Provincia di Buenos Aires e per molto tempo se ne perse traccia. Ancora nel 2003 gli abitanti di Tucuman protestavano per gli inizi dei lavori per la scuola donata da Belgrano.
Nel 1814 l'esercito di Belgrano venne sconfitto a Vilcapugio e Ayohuma e ormai stanco e malato di sifilide e paludismo, Belgrano lascia la direzione dell'esercito al generale Josè di San Martin.
Nel settembre del 1814 venne mandato in missione diplomatica in Inghilterra, per ottenere il riconoscimento del nuovo stato argentino, ma la missione fallì.
Durante il Congresso di Tucuman propose di creare una monarchia con la famiglia imperiale degli inca, ma la proposta appoggiata da pochi (tra i quali Guemes) venne bocciata.
 Ebbe una unica figlia Manuela del Corazon de Jesus Mónica Belgrano avuta dalla sua amante María Dolores Helguero y Liendo la quale nacque il 4.5.1819 a Tucuman e che venne riconosciuta dal generale.
 Nel gennaio del 1820 ormai povero e malato venne mandato a pacificare la provincia di Santa Fe, ma nel settembre dello stesso anno rinunciò a qualsiasi incarico. Ormai senza soldi e malato morì nella dimenticanza generale il 20.6.1820. nella sua casa paterna a Buenos Aires.
Seguendo le sue ultime volontà venne sepolto con gli abiti dominicani, di cui era un terziario, nell'atrio del convento di Santo Domenico. La lapide que lo ricorda fu ricavata dal marmo del comodino della sua casa.


Antenati paterni di Manuel Belgrano

Portici di Oneglia attuale quartiere di Imperia




1 Pompeo Belgrano

Nato a Oneglia in Liguria quando questa era un feudo spagnolo (1580-1740ca.) Era un notaio che apparteneva alla aristocrazia locale. Nel 1585 redasse una scrittura tra Carlo Emmanuele I di Savoia e la Repubblica Ligure. Nel 1600 si sposa a Oneglia con Marina Belgrano dalla quale ebbe: Agostino, Maria Virginia e Carlo Mattia.

2 Carlo Mattia Belgrano Belgrano

Nato a Oneglia e morto prima del 1660. Fu capitano della guardia cittadina. Nel 1635 sposa Giovanna del Giudice da cui ebbe: Rogelio, Francesco e Tommaso (sacerdote).

3 Francesco Belgrano Del Giudice

Nato a Oneglia e come suo padre fu capitano. Sposò Anna Bianchi nel 1668 dalla quale ebbe Carlo Felice.

4 Carlo Felice Belgrano Bianchi

Nato a Oneglia nel 1685 si sposò nel 1690 (!?) con Maria Giuseppa Belgrano dalla quale ebbe: Giovanni Battista, Francesco (medico) e Carlo Nicola.

5 Carlo Nicola Belgrano Belgrano

Nato a Oneglia il 15.6.1730 era un commerciante e verso il 1750 si trasferisce a Cadice in Spagna. Si spostò in seguito a Buenos Aires dove intraprese la carriera militare. Venne naturalizzato il 20.11.1769 e venne nominato Alfiere durante la guerra con gli inglesi e capitano nel 1772. Nel 1778 lascia la carriera militare ed entra a lavorare nella dogana e nel 1781 è nominato regidor del cabildo e sindaco, incarico che mantenne anche l'anno dopo.
Venne processato per le sue amicizie con Don Francisco Jimenez de Mesa a causa della bancarotta di quest'ultimo ma venne assolto il 23.3.1793. Non riuscì tuttavia ad assistere alla assoluzione dato che morì a B.A. il 23.3.1793.
Si sposa a Buenos Aires il 4.11.1757 con Maria Josefa Gonzalez Casero nata a Santiago del Estero da Juan Manuel Gonzalez Islas e da Maria Ines caseros Salazar. Dal matrimonio nacquero 14 figli. Curiosamente anche la madre di Manuel Belgrano aveva origini italiane, essendo il suo bisnonno Jose Islas genovese.




 Fratelli di Manuel Belgrano

FLORENCIA (n. 14.5.1776 e sp. con Gregorio de Espinosa e Rocha con succ.), MARIA (sp. con Juan de Argain con succ.), Josefa (sp. il 12.6.1785 con Josè Maria Calderon de la Barca y Vera Aragòn, con succ.), BERNARDO (n. 1765 e morto infante), DOMENICO ESTANISLAO (n. 1768 che fu avvocato e presbitero canonico della cattedrale di B. A. e che partecipò alla causa autonomista), Juana (sp. il 30.7.1790 con Ignacio RamosVillamil e in 2° nozze con Francisco Chas), JOAQUIN (n. 1773 sindaco di B.A. il quale  partecipò alla causa autonomista e sp. il 9.5.1808 con Catalina Melian), FRANCISCO (m. 1771 fu sindaco di B.A. nel 1806 e partecipò nella causa autonomista essendo vocale nel Triumvirato del 1813 e nel 1815 venne eletto sindaco di B.A. sp. Francisca Fernandez de Acevedo con succ.), MIGUEL (n. 1777 fu professore e direttore nella scuola di sc. morali sp. a Madrid Maria de Bazar e in 2° nozze sua nipote Flora Ramos Belgrano), AGUSTIN (morto infante), CARLOS JOSE (n. 1761 fu militare e divenne tenente colonello, occupando il posto di comandante di Lujan nel 1812, sp. sua cugina Maria Josefa Sanchez Gonzalez), JOSE GREGORIO (n. 1762 e secondogenito della famiglia, fu militare e combattè nelle invasioni inglesi di B.A. sp. Cariosa Cabral con succ.), MANUEL (n. 1770 quarto figlio della coppia e protagonista di questo articolo).



Albero genealogico della famiglia Belgrano




Casa paterna di Belgrano, demolita inizi '900

Discendenza di Manuel Belgrano

Ebbe una unica figlia riconosciuta che si chiamava Manuela del Corazon de Jesus Mónica Belgrano(Tucuman 4.5.1819- B.A. 5.2.1866) avuta dalla sua amante María Dolores Helguero y Liendo la quale nacque il 4.5.1819 a Tucuman. Quando Maria scoprì di essere incinta Manuel era stato trasferito dal Tucuman, e Maria venne obligata dalla famiglia a sposare un altro uomo di cognome Ramirez il quale la abbandonò quasi subito. Quando Belgrano tornò a Tucuman fece segretamente cercare Ramirez con la speranza che fosse morto, ma venne rintracciato a Bolivia. Fu per questo che non si potè mai sposare con Maria Dolores.

Manuel Vega Belgrano, marito di Manuela Belgrano




Nel 1820 il generale Belgrano riconobbe sua figlia nel suo testamento:
 "la cuadra de terreno contenida en la donación que me hizo la Municipalidad y consta en los documentos antecedentes, con todo lo en ella edificado por mí, pertenece por derecho de heredad a mi hija doña Manuela Mónica del Corazón de Jesús, nacida en 4 de mayo de 1819 en esta capital y bautizada el 7. Para que conste lo firmo hoy 22 de enero de 1820 en la valerosa Tucumán, rogando a las juntas militares como a las civiles le dispensen toda justa protección"

"il terreno citato nei documenti antecedenti e donatomi dal municipio ... gli appartiente  per diritto di eredità a mia figlia Donna Manuela Monica del Corazon de Jesus, nata il 4 di maggio di 1819 in questa capitale e battezzata il 7. In fede lo firmo oggi 22 gennaio 1820 nella valorosa Tucuman, pregando alle giunte militari come civili  di dargli tutta la giusta protezione"

Manuela Belgrano si trasferì a Buenos Aires con i suoi zii Juana Belgrano in Chaz e il canonico Domenico Stanislao Belgrano. Era una ragazza dotta che sapeva francese e inglese e venne corteggiata anche da Juan Butista Alberdi. Soffri l'esilio a Uruguay a causa della dittatura di Rosas.
Sposa Manuel Vega Belgrano a B. A. nel 1850 dal quale ebbe: Manuel Félix e Carlos Miguel, entrambi senza successione  e Gregoria Flora, la quale si sposerà col cugino Juan Carlos Belgrano-Martínez Albín, dalla quale ebbe discendenza fino ai giorni nostri.


Un altro figlio di Belgrano (non riconosciuto) fu  Pedro Pablo nato il 30.7.1813 da Maria Josefa Ezcurra,cognata del dittarore Manuel Rosas, il quale lo adotterà con il nome di Pedro Rosas y Belgrano. E' stato militare e nel 1851 ad Azul si sposa con Juana Rodríguez dalla quale ebbe 16 figli di cui sopravissero all'infanzia: Pedro, Dolores, Juana Manuela, Braulia, Melitona, María Josefa, Manuel, Juan Manuel, Francisco ed Emiliano. Morì a B.A. nel 1863.


Pedro Rosas y Belgrano
 Documenti degli archivi parrocchiali


Battesimo di Belgrano, cattedrale di B. A. libro 13 (1769-1775):

 "En 4 de junio de 1770, el señor doctor don Juan Baltasar Maciel canónigo magistral de esa santa iglesia Catedral, provisor y vicario general de este obispado, y abogado de las reales audiencias del Perú y Chile, bautizó, puso óleo y crisma a Manuel José Joaquín del Corazón de Jesús, que nació ayer 3 del corriente: es hijo legítimo de don Domingo Belgrano Pérez y de doña Josefa González: fue padrino D. Julián Gregorio de Espinosa".





Matrimonio di Domenico Belgrano e Maria Josefa Gonzalez,cattedrale di B.A. libro(1747-1796)





“A quatro de noviembre de mil setecientos Cincuenta y siete predeciendo informacion juridica y declaracion  provincial con licencia episcopal y nuestra el Don Joseph Gonzalez capellan de esta  hermandad de la Santa  Madre Yglesia a Don Domingo Belgrano natural de la ciudad de Onella en Italia, en el estado de Genova, perteneciente hoy al Rey de Cerdenia, hijo legitimo de Carlos Belgrano y de Maria Perez, con D. Maria Josepha Gonzales natural de esta ciudad de Buenos Aires, hija leg. De Juan Manuel Gonzalez, y de Ynez Casero; se hallaron de testigo, sin otros muchos, D. Joseph Molina secretario de este govierno y capitania general, y capitan de este Real Presidio y D. Gregoria de Balas, de esto doy fe...”

Il documento fa alcuni errori essendo Maria J. Gonzales di Santiago del Estero e non di Buenos Aires, mentre il cognome Perez in realtà è una trasformazione di Peri.





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