venerdì 28 agosto 2015

Soligo occupata Parte 5

Verso la liberazione

E intanto le nostre speranze crescono di giorno in giorno, alimentate anche da un insolito risveglio al fronte italiano. Al Montello si moltiplicano i riglettori: sprazzo di luce intensissima si protendono come gigantesche pupille, dilatate in uno sforzo supremo, lungo la piana di Sernaglia, sui colli di Farra: s'incrociano rapidi volteggiano, frugano, si arrestano. Rombi quasi continui di aeroplani in ricognizione, scoppi più frequenti di bombe, che assaggiano qua e là l'efficennza difensiva degli austriaci. Passa intanto qualche raro prigioniero italiano: un giorno sento che nel vestibolo della canonica uno è sottoposto all'interrogatorio. Un'intesa curiosità di sapere mi trattiene in ascolto. Riesco a cogliere queste parole del Colonnello, scandite con voluta lentezza e solennità: "auguro tuutti soldati italiani essere bravi come voi". Quel giovane soldato aveva tenuto certo un contegno degno della sua divisa. Lo aspetto giù per la strada delle Crevade, lo avvicino, mi sorride, mi dice solo: "presto! presto! Il cuore sussulta, trema di inesprimibile commozione. Intanto il nemico lavora intensamente sul costone di S. Gallo. Il generale non si fida di dormire in canonica e si fa preparare lassù una comoda trincea. Buon segno! Gli ordini divengono sempre più severe; gli ufficiali sono nervosi, agitati, sconvolti. Il 18 e 20 ottobre arriva un ordine: consegnare al Comando tutte le ordinanze emanate nel periodo di invasione. Entrano in canonica, frugano, rovistano attentamente, escono colle mani vuote: non le han trovate; erano sotto il cuscino della poltrona dello scrittoio. Ora sono e resteranno in perenne memoria di quell'epoca dolorosa nell'archivio parrocchiale. Sulle nostre teste volteggiano di continuo aeroplani che portano ben visibili i segni italici e lasciano cadere dei foglietti di carta. Nonostante le severe proibizioni di raccoglierli ne posso avere alcuni tra mano: sono le voci della patria, che dice ai suoi figli oppressi di sperare, di attendere ...

lunedì 22 dicembre 2014

Soligo occupata Parte 4

L'Ospedale Bon Bozzola

In condizioni sì deplorevoli fisiche e morali ben può immaginarsi quanti fossero gli ammalati e i bisognosi di cure speciali. Soligo è debitrice all'Ospedale Bon Bozzale°1 se furono alleviate le sue sofferenze e risparmiate le vite di tanti infelici, a cui in famiglia sarebbero mancati gli aiuti necessari.
L'ospitale fu l'unico di questa plaga che potè sovvenire alle inaudite miserie dell'invasione dell'immediato dopo guerra. Aprì le sue infermerie oltre che ai bisognosi di Soligo e del Comune , a molti infelici di Moriago, Vidor, Sernaglia, Valdobbiadene, Follina, Bigolino, Conegliano, Colfosco, Fontigo, Refrontolo, Miane, Pieve di Soligo, S. Pietro di Barbozza, Solighetto, Campea, Premaor, Combai, Rolle. Si arrivò nell'anno dell'invasione a un totale di 10.583 presenze di cui 5026 di Soligo, 945 di Farra, 459 di Col S. Martino e più di 4 mila di altri paesi. Nessuno di quanti ebbero la fortuna di usufruire del suo beneficio, morì per mancanza di sostentamento, come neanche a causa delle bombe che caddero con notevole frequenza nei suoi immediati dintorni.
E si dovette lottare non poco. Innanzi tutto per l'approvvigionamento, tutt'altro che facile nelle ristrettezze economiche di sopra accennate e nella scarsezza penosissima dei generi di prima necessità. La carne prima di bovini, poi di cavallo si poteva acquistare dai privati dietro autorizzazione, o direttamento dal Comando nemico. Per la provista di farina, di sale, di caffè, di zucchero, si ricorreva alle vivanderie militari, mediante offerte di vino agli addetti, sempre di contrabbando, e con grave pericolo di incorrere nelle pene commitate.
Il Comando Austriaco tentò più volte di ottenere lo sgombero dei ricoverati e del personale. Solo la coscienza dell'assoluta necessità di quel posto di soccorso, redintegratore provvidenzale di corpi e di anime, potè ispirare a chi aveva la responsabilità del suo funzionamento una tale fortezza e resistenza, che in qualche momento parve temerarietà o folle audacia, ma che fu sempre, grazie a Dio, coronata dal successo. E così per tutto il tempo dell'invasione fu rispettato quel luogo sacro al dolore e alla miseria, tanto che nessuna requisizione vi venne compiuta, malgrafo le molte che desolarono il paese.
Nei primi otto mesi vi prestarono opera coscienziosa ed onesta medici dell'esercito occupante; di poi accorse il Dott. Giovanni Corradini di Refrontolo, il quale, anche con pericolo della vita, prodigò assistenza e cura amorosa agli ammalati. Non va dimenticata l'opera mirabile delle suore: mai, neppur sotto la tempesta di granate, esse abbandonarono il posto del dovere; eroine vere di carità furono le consolatrici dei ricoverati anche nelle ore più nere. Una di esse, Suor Filippina Trossero, esausta dalle aspre fatiche sostenute, dallo scarso trattamento, colpita dalla spagnola, il 2 novembre 1918 passava a ricevere il premio della sua eroica carità. Venne seppellita con grande concorso di popolo, in mezzo al rimpianto universale, in apposita tomba nel nostro cimitero.
Essa è un fiore candido spuntato all'alito della fede cristiana nel solco della carità, e la sua tomba rimane il monumento più significatico dell'opera altamente umanitaria e patriottica svolta dall'ospedale Bon Bozzola nel periodo tristissimo dell'invasione.

Ospedale Bon Bozzola

Rabbia nemica

La situazione diventava sempre più insopportabile anche per il contegno del nemico, che dopo la grave disillusione dell'offensiva fallita, appariva inquieto, sospettoso, torbido, inasprito. Un rodìo secreto tormentava sopratutto gli ufficiali, che, meglio informati del vero stato delle cose, non si nascondevano ormai il precipizio verso cui piombava fatalmente la duplice Monarchia, coinvolgendo nella rovina i loro sogni di grandezza e di gloria. Questa rabbia sorda esplodeva ad ogni occasione, trapelava dai rigidi proclami°2, si accaniva in una vigilanza più attiva, direi quasi affannosa.
Il 1° agosto si levò nel cielo di Soligo un drakenballon, che era difeso contro possibili incursioni di aeroplani italiani dalle mitragliatrici appostate lungo il costone di S. Gallo. Ma i nostri aviatori vennero più volte decisamente all'attacco per disfarsi di quell'inopportuno osservatore, e in un pomeriggio riuscirono finalmente, non so come, a recidere la corda che lo reggeva. L'ufficiale si salvò calandosi con apposito paracadute, mentre il pallone, in balìa dell'aria si allontanava verso Oriente. Uscivano in quel momento dalla scuola i ragazzi del paese, i quali, vista la sorte del pallone, gridarono, urlano, battono freneticamente le mani e cantano in coro nutrito la canzone di S. Giusto. Per caso passò di là e incontro un Colonello, il quale mi ferma indispettito e mi assalta con un diluvio di parole, che non riesco a capire, ma che hanno certo il suono di una grossa lavata di capo e di gravi minaccie.
Una mattina poi son chiamato dal comandante, e senza tanti preamboli, col mezzo dell'interprete, mi parla di prigione, di internamento. Domando il perchè. Mi mostra il corpo del reato: due volumetti del Card. Mercier sull'invasione tedesca del Belgio, che erano stati trovati nel mio studio. Grande bufera per un nonnulla!
Una sera una pattuglia irrompe in canonica: si strapita, si protesta. Domando ragione. Segnalazioni! gridano forsennati i nemici. Per veritù non intendevo. Ma dopo poche ricerche si spiega l'arcano: dalla finestra della Chiesa si scorgeva un timido chiarore. Era la fiammella della lampada di SS. Sacramento. Il rimedio è stato subito trovato.
La vigilanza non cessa, si fa impaziente, nervosa, e talora dà luogo a episodi umoristici. E' un segno crescente della debolezza del nemico, il quale ha netta coscienza della fine e ne vorrebbe per lo meno allontanare il momento angoscioso.




Drakenballon d'avvistamento




°1 L'ospedale Bon Bozzola fu voluto da Francesco Bozzola che alla sua morte nel 1881 lasciò la sua villa in usufrutto alla moglie Margherita Bon, la quale la lasciò anche lei in usufrutto alla sorella Maria. 18 febbraio 1902  venne aperto il testamento e nel 1908 l'Ospedale divenne operativo con il nome

°2 Ecco un saggio di questa prosa di guerra:
A) Comando di Stazione- Ordine- Soligo addì 1 agosto 1918.
In base alle leggi di guerra vien pubblicato:
Ogni persona civile trovata nei campi a sud della linea: Strada Posmone- Farra di Soligo- Pero- Pieve di Soligo- fuori dai suaccennati villaggi, viene FUCILATA sul luogo senza interrogatorio. Questo ordine entra in vigore con giove agosto ore 12 del mezzodì. Comando di Stazione.
B) Italiani! Sappiamo bene che voi spesso avete aiutato i prigionieri, provvedendoli di vestimenti borghesi, nascondendoli nelle vostre case, a loro mostrando la via per il Piave e per l'Italia. Benchè tutto ciò è severamente vietato, perchè mette in pericolo alcune parti della nostra armata, sempre e sempre tuttavia i prigionieri italiani in costume borghese con lettere scritte da voi per l'Italia. 
Vi comunichiamo:
Tutti gli abitanti, dai quali si trovano nascosti prigionieri italiani, saranno FUCILATI.
Tutti gli abitanti di cui si trovano lettere in tasca dei prigionieri italiani, saranno FUCILATI.
Tutti gli abitanti di cui si trovano lettere in tasca dei prigionieri per l'Italia e iloro raccomandantili agli altri abitanti, saranno fucilati.
Tutti gli abitanti che sono trovati nel campo a sud della strada Posmone - Farra di Soligo - Soligo - Pero - Pieve di Soligo - Pieve del Trevisan , saranno FUCILATI SUBITO nel luogo dove furono trovati.
Gli abitanti hanno il dovere di condurre tutti i prigionieri che sono fuggiti dalla prigionia, subito dal prossimo comando Austro-ungherese, altrimenti saranno fucilati.
Tutte le esecuzioni saranno eseguite SENZA SENTENZA nel luogo stesso dove furono trovati.
Il Comando Austro-Ungherese.












Bilancio 2014

Tra poco si concluderà un anno che è stato pieno di scoperte genealogiche e di viaggi fuori dal comune.
Ricorderò qui alcuni traguardi e scoperte che ho fatto quest'anno.

* Ho studiato e indecizzato tutti i libri matrimoniali di Ottobiano (Pavia) dal 1726 al 1902. Creando inoltre il gruppo su Facebook "Ottobiano e le sue famiglie" e facendo amicizia con un altro genealogista d'oltreoceano, D. Lavezzi che mi ha ricordato l'utilità di condividere informazioni e materiale.

* Ho visitato casa di L. Porro passando dei bei momenti, e ricevendo poi in prestito dei libri sulla storia di Montalto Uffugo e delle belle foto d'epoca.

* Ho aggiunto all'albero genealogico il ramo dei Zingone/Zingoni di Montalto, composto da circa 3-400 individui. Al momento questa aggiunta è incompleta in quanto manca da consultare l'ultimo libro del musicista Rossi Zingoni, cileno, dove raccoglie dettagliatamente la storia e la genealogia della sua famiglia, nonchè mi mancano da consultare i documenti presenti in FS (fondamentali anche per fare un riscontro).

 * Ho potuto consultare il Portale degli Antenati, in particolare Genova e Treviso e Prato.

* Ho ricostruito, grazie agli utenti di Tuttogenealogia, la storia della famiglia materna di Carlos Mercoli (il mio bisnonno), la cui mamma Francisca Ghiara era di origini genovesi, riuscendo così a risalire alla fine del 1700 e dimostrare così di NON avere antenati amerindi (possibilità che esiste ancora non avendo in possesso l'atto di nascita di Carlos).

* Ho visitato la libreria Platero a Bs As, l'unica libreria argentina specializzata in genealogia e dove ho comprato un opera che considero importante "El ancho camino de la mediocridad".

* Ho visitato più volte la fondazione Vasco-Argentina di Bs As dove ho trovato informazioni utili sugli Esain e Odriozola. Ho inoltre comprato il libro scritto da J. Beramendi sui Vasco-Argentini alla fiera del libro.

* Ho ricevuto dall'Ads di Macerata informazioni sull'adozione della mia bisbisnonna Romea Galanetti (1868-1945) di cui finora sapevo pochissimo, e da cui per via materna.

* Sono stato in Veneto dove ho ritrovato una parte della famiglia Toffoli. Ho visitato l'archivio di Pieve, e ho riscoperto storie locali e familiari, e molti documenti sui Toffoli, arrivando addirittura a scoprirne il significato del Cognome (dai nomi di due Toffol, nonno e nipote), e di come prima si chiamassero prima Calegari !

* Ho quasi finito di trascrivere i battesimi della Castagna (Montalto Uffugo) dal 1746-1815.

* Mi sono interessato alle teorie sull'evoluzione leggendo inizialmente la biografia di Darwin e la sua opera "Viaggio di un naturalista intorno al mondo". Ho inoltre comprato e letto vari libri sull'argomento in particolare quelli del nostro cervello in fuga Luca Cavalli Sforza, professore di genetica a Standford.

* Ho conosciuto un cugino di mamma M. Possamai che è rimasto qualche giorno a casa, e abbiamo avuto la possibilità di conoscerci meglio e di visitare alcuni luoghi tipicamente romani.

* L'albero genealogico è passato da 5500 a circa 6700 individui.


* Ho inoltre visitato con la mia ragazza la provincia di Misiones con le sue cascate e le rovine gesuitiche. Sono stato a Salta e Jujuy dove abbiamo fatto una passeggiata a piedi nudi sul deserto del sale. Siamo stati nella casa di Horacio Quiroga e abbiamo visto molti "lagartos".

* Ho conosciuto Verona, Villimpenta, Gazzo Veronese e altre città che mi hanno ricordato quanto è bella questa nostra Italia, e sopratutto mi sono ravvicinato a una parte della famiglia che non esagero nel definire strepitosa, sia in accoglienza che di affinità di carattere.

* Ho conosciuto Orvieto, Villa Adriana, Assisi, ... e si sono laureati tre miei amici: Daniele Di M., Francesca P. e Ilaria B.

* Mi sono preso cura di un pappagallino (rocchetto monaco) e ho smesso di avere antipatia per questi belli ma chiassosi animaletti.

Dal punto di vista dello studio ho fatto 5 esami e una ricognizione di ben 2 settimane, che è culminata con la scoperta di oltre 300 small finds e 500 kg di materiali. Ho capito che i libri spesso sono molto lontani dalla pratica e di come bisogna essere sempre sè stessi anche quando agli altri non piace.













sabato 20 dicembre 2014

Soligo occupata Parte 3

L'offensiva del giugno

Nella notte dal 14 al 15 giugno gli Austriaci sferrano l'offensiva contro l'Italia°1. Dalla canonica assisto allo svolgersi delle operazioni. Dalle acque del Piave si alzano come dei pini enormi di acqua: in mezzo a dense nuvole è un continuo, incessante, fuoribondo guizzare di vampate e crepitare di fuochi. E' un fragore d'inferno. Migliaia di bocche dal Cesen al mare vomitano una tempesta fitta di bombe, di mitraglia: sembrano colpi incessanti di maglio, che frugano e sminuzzano e polverizzano tutta la fronte dell'aspra battaglia.
La preparazione del nemico è stata accuratissima: il buono e il meglio della Monarchia è condensato là su Piave per dare il colpo di grazia all'Italia aborrita. Le speranze sono grandissime. In Soligo gli Austriaci cantano e suonano: pensano al bel piano veneto e lombardo ricco di bottino. Son già pronti i bagagli; i carriaggi attendono solo un cenno per iniziare la passeggiata vittoriosa. Si sussurrano già i nomi dei comandanti di Montebelluna, di Castelfranco, di Treviso.
Ma nella notte del 19 e 20 giugno tutto cambia; l'entusiasmo d'improvviso si smorza; i visi si fan cupi e meditabondi. Arrivano feriti dal Montello e parlano di un esercito italiano saldo, compatto, aguerrito, aggressivo, che si lascia tagliare a pezzi ma non cede. Passano anche i prigionieri italiani, non molti: ogni tentativo di avvicinarli mi riesce vano. Ma il cuore ha già completa visione del miracolo operato dalle nostre truppe invitte. Gli arditi ungheresi che ritornano indietro con dispetto e una rabbia mal celata sul volto, confermano la nostra opinione. Poi qualche frase di ufficiali superiori ci dà la certezza che l'offensiva austriaca è fallita. L'Austria è stata battuta nell'aspro epico duello sul Piave. Il cuore esulta, ci sembra che la stella italica brilli nel cielo ridivenuto sereno, annunziatrice del prossimo trionfo finale.


Ultime sofferenze

E guai se il viatico della speranza fosse mancato al popolo di Soligo nei mesi che seguirono all'offensiva.
Forse le più indomite volontà si sarebbero accasciate sotto il peso sempre crescente delle sofferenze. Ormai lo spettro della fame spalancava dinanzi a tutti le sue fauci ingordi e minacciose. Il giorno del Corpus Domini si fece l'ultima distribuzione di granoturco (le distribuzioni soliti erano di 1kg. a testa ogni 10 giorni). I bambini assottigliavano sempre di più il loro viso. I bambini assottigliavano sempre di più il loro viso, già pallido e smunto: faceva pietà a vederli. I vecchi si aggiravano anch'essi sparuti, quasi sfigurati: sembravano cadaveri ambulanti; l'unico segno di vita la pupilla, ancor viva nel cerchio nero degli infossati. Era fortunato chi avesse in serbo monete d'oro e d'argento: qualche arrendevole Comando di Regimento davanti alla moneta sonante lasciava passare alcune scatole di carne, un pò di farina e delle pagnotte, misero impasto di grano, di trucioli e di paglia. La fame spingeva i contadini a recuperare il frumento maturo fino alle prime linee sul Piave: rischio inutile, poichè la requisizione li spogliava poi di quegli acquisti eroici.
Ormai il cibo quotidiano si riduceva a sole erbe, a qualche zucchetto, a fagiuoli immaturi, a radicchio senza condimento. Ricordo un avvocato, conosciuto per caso in quell'epoca di dolore. Venne in canonica a chiedere la carità con sul volto i segni dell'inedia. Gli potei dare una buona manata di farina: la prese con un lampo di gioia negli occhi e uscito se la divorò immediatamente dietro la Chiesa, come fosse stata una polvere di zucchero.
Anche il nostro nemico sentiva l'acuto morso della fame. Un giorno ho visto dei soldati austriaci lessare dei bigatti e cibarsene poi come di squisita leccornìa. E la fame li spingeva a cogliere i frutti ancora acerbi, e dissotterrare i piccoli bulbi di patate, a ricercare lungo le siepi, lungo i fossati e i muri ortiche ed altre erbe.
Inutile, anzi pericoloso mostrar loro l'insipienza di tali vandalismi. Un fatto valga per tutti. Nel pomeriggio del 13 luglio un soldato austriaco vien colto in flagrante a rubar le parate. Il padrone lo invita a lasciar quei tuberi ancora incipienti: col tempo sarebbero divenuti buoni per tutti. Ne nasce un diverbio, uno scambio di insulti di sferzate. Il soldato urla e strepita, mentre il solighese corre al Comando per denunciare l'accaduto. In quel momento compariscono nel campo ufficiali e soldati, accorsi alle grida del loro compagno; stringono tra le mani una lunga corda che deve servire ad impiccare il bastonatore nel cortile di casa sua. Per fortuna c'è al comando un ufficiale ebreo, non troppo nemico dell'Italia (m'aveva mostrato indirizzi di famiglie italiane nel caso di una prigionia). Egli riesce a dare una piega favorevole all'episodio spiacente, che poteva avere un epilogo tragico.




Famiglia Veneta, 30.1.1918








*1 La battaglia del Solstizio http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_solstizio









giovedì 18 dicembre 2014

Soligo occupata Parte 2

Gli Austro-Ungheresi

Il 6 dicembre 1917 partirono le truppe germaniche e subentrarono gli Austro-Ungheresi. Si ebbe subito l'impressione che le condizioni nostre sarebbero peggiorate: da quell'accozzaglia informe di soldati (vi erano Galliziani, Austriaci, Transilvani, Ungheresi, Bosniaci, Boemi, Croati ecc.) laceri, sudici, sporchi, pieni di fame, d'era da aspettarsi ogni cosa. Intanto nel paese viene stabilito un Comando militare; si respira: c'è almeno un punto sicuro di riferimento per le nostre domande e proteste, di cui si moltiplicano ogni giorno le ragioni.
Ma si apre anche la segreta e implacabile fucina, donde emanano quelle ordinanze di sequestri, di denunce, che danno l'aspetto di legalità alle requisizioni di bestiame, di grano, di biancherie, di fieno, di oggetti di ottone: il diritto di guerra distrugge il diritto di propietà. Sono inutili le proteste; vi mostrano le prigioni attigue al comando o vi fanno intendere che nel Friuli c'è posto anche per voi. E intanto le case si spogliavano delle cose più necessarie alla vita e in pochi giorni di un ricco patrimonio bovino non rimanevano che quaranta capi di bestiame in tutto il paese°1 : a stento si potè organizzare un servizio di latte per il sostentamento degli ammalati e dei bambini.
A un cento momento anche le campane sono gettate dalla loro torre: è uno schianto, pare che qualche cosa di intimo, di sacro, di aderente al nostro essere si stacchi a forza da noi e laceri le fibre più sacre del cuore.
Con l'aiuto di un ufficiale riesco a mala pena a salvar l'organo e la pala dell'altar maggiore, descritta come capolavoro ancora negli oggetti d'arte del cessato regno Lombardo Veneto.
Arrivò il Natale, triste, desolato; l'incubo più nero pesava sulle anime. Ormai la misura era colma; le lagrime, i sospiri traboccavano dal cuore rigonfio. Si fede un adunanza dei Capi-famiglia in Chiesa; raccomandai pazienza, un prudente riserbo coi nemici, a cui facevano buon servizio le chiacchere indiscrete, e vigilanza sulle ragazze. Conclusosi che certo nella primavera le nostre truppe avrebbero ricacciato indieto l'invasore. Ad ottenere questa grazia sospiratissima, dietro proposta di D. Battista Bolzan, mio cooperatore, il popolo pronunciò un voto solenne di acquistare una lampada da accendersi davanti al SS. Sacramento appena fosse venuta la liberazione. Tutto ciò avveniva nel gennaio 1918.
Ma dovevano sopragiungere momenti ancora più terribili. Il 3 febbraio, nel pomeriggio, mentre la gente usciva di chiesa e si avviava nelle proprie case e la musica del 63° reggimento di fanteria austriaca suonava nel piazzale delle scuole, un aeroplano italiano volteggiava nel cielo di Soligo e faceva alcune segnalazioni al Montello. Di lì a poco ecco alcuni schinti improvvisi: gli ufficiali di stanza in canonica si rifugiarono precipitosamente dietro la chiesa. I colpi si succedono secchi, taglienti, tambureggianti. Urla, pianti, lamenti soffocati si fanno sentire dal paese. Discendo... e non posso frenare le lagrime dinanzi allo scempio lagrimevole causato da quell'improvvisa raffica di granate.
Otto vittime sono pietosemente raccolte, mentre i feriti trovano ricovero e assitenza nell'ospedale.
Il doloroso episodio indusse il Comando di occupazione a ordinare lo sgombero completo del paese: l'evacuazione doveva effettuarsi a scaglioni nel più breve tempo possibile. Inutile dire lo smarrimento della popolazione: alle incertezze dell'esilio, al doloroso vagabondare in paesi di fratelli sì, ma la cui solidarietà poteva solo manifestarsi in uno stile compianto, tutti preferivano la permanenza in quella terra, che conoscevano palmo a palmo, che amavano come si amano le cose care, anche se da un momento o l'altro poteva tramutarsi nella loro tomba.
Mi feci interprete di questi sentimenti presso il comando nemico, ma invano: il primo scaglione di ventotto famiglie dovette partire con lo schianto nel cuore°2.
Allora in mezzo ad avventure quasi romanzesche. a sofferenze inaudite, accapparrandomi con l'esborso di seicento corone la solidarietà di due gendarmi, posso metter piede trafelato, sfinito dopo un lungo giro per Molinetto, Rolle, Farrò, Premaor, nella stanza del generale di Divisione a Campea°3, il quale ha la compiacenza di ascoltare cortesemente le mie domande. In quel momento dal telefono gli si annuncia che cadono granate al Pero e al Campestrin: " e lei vuol rimanere a Soligo?, mi dice. Se vuole rimanga pure con i suoi parrocchiani, ma il comando declina ogni responsabilità per le possibili disgrazie" Era quanto desideravo. Gli esprimo la mia riconoscenza e lo prego di mandar l'ordine a Soligo. Il popolo accoglie la notizia con lagrime di giubilo.


Il peso amarissimo

Il consenso di rimanere diffonde un baleno di gioia, che rischiara fugacemente quel cielo minaccioso, gravido solo di tempeste, che da troppi mesi ci opprime. Un qualche sollievo porta anche il raccolto discreto dei bozzolo, pagati con carta delle Cassa Veneta di Prestiti, e l'istituzione, patrocinata dalla Croce Rossa, della corrispondenza epistolare con l'Italia invasa. Qualche saluto di parenti, di amici, di persone care arriva e reca un raggio di speranza. Ma l'oppressione nemica stringe le rue ritorte. Sulle labbra con accento fioco e sommesso affiora la santa parola di libertà. Libertà, dono eccelso di Dio!... E' una visione lontana, quasi un sogno, di cui non rimane che un barlume indistinto e un soave ricordo. Ah triste, doloroso, umiliante l'averla perduta! Dover soffocare ogni palpito più nobile del cuore... dover trattare con uno straniero che ti odia, ti umilia, che cerca tutte le occasioni per farti del male, che ti calpesta... respirare nell'aria la diffidenza, il tradimento... dover ancora inchinarsi e far buon viso a chi non ti degna neppur di uno sguardo, o a chi ha risposto al tuo beneficio con lo spionaggio vilissimo e ignobile... dover soffrire in silenzio, divorare le proprie lagrime, che talora sgorgano cocenti e amarissime... ah! tutto questo è uno strazio morale, che incide nell'anima e nel corpo tagli più profonti di qualsivoglia dolore e sofferenza fisica.
Ed io le ho provate queste insopportabili limitazioni al diritto più sacrosanto. Non mi era permesso di muovermi, se due baionette di gendarmi non mi luccicavano accanto; in Chiesa non potevo aprir bocca se l'interprete presente non controllava ogni mia parola; una volta che a Solighetto dall'altare ho raccomandato, specialmente alle ragazzem di tener alta la propria dignità di cristiane e di italiane, aggiungendo alcune frasi di speranza in una prossima azione delle nostre truppe, mi son visto rimeritato con la prigione. perfino la segretezza della confessione non fu sempre consentita: una volta a Solighetto ho dovuto confessarmi, presenti i gendarmi.

Profughi italiani di Rovereto

°1 Prima dell'invasione i bovini nel comune di Farra di Soligo sommavano a 2300; alla liberazione ne erano rimasti 54, dei quali 32 ne possedeva la frazione di Soligo.La Latteria di Soligo ricevette un colpo enorme, andarono perduti  i bovini e tutto l'archivio. Solo dal 1921 si ritornò a produrre latte in quantità.
°2 Tra le famiglie esuli vi furono anche i Toffoli. Il mio bisnonno Marco, classe 1883, si trovava sul fronte del Piave in un reparto medico e la sua famiglia insieme probabilmente a quelle dei fratelli Bemiamino e Sante, anche loro soldati, partirono per il Friuli. La mia bisnonna Paola ebbe una figlia durante l'esilio, la mia prozia Lina nata in prov. di Udine il 4 giugno 1918. Era un gruppo di donne, vecchi e bambini. La mia bisnonna doveva anche badare al figlio maggiore Angelo che aveva 6 anni, e alle figlie Elvira e Rita ancora più piccole, vi era inoltre insieme a loro anche il suocero Andrea Toffoli che in quel momento aveva 75 anni.
°3 Dovetti far sì lungo giro perchè avevo il passaporto per recarmi solo a Molinetto. I gendarmi poi, con loro pericolo, mi scortarono fino a Campea.


mercoledì 17 dicembre 2014

Soligo occupata Parte 1

Dalle memorie di Don Pasin, parroco di Soligo dal 1908 agli anni '60.

Ore d'angoscia

Siamo ad un momento epico della storia di Soligo, che forse non ha riscontro con alcuno dei passati°1. Chi ne ha vissuto la terribilità tradica ricorda che solo la fede in Dio e nei destini sicuri della patria ha potuto salvare gli animi dell'avvilimento irreparabile e protenderli ancora verso un'attesa fiduciosa.

Agli ultimi dell'ottobre 1917 un velo grigio si stendeva sulle pagine di fulgido croismo scritte dalle nostre truppe sulle vette del Trentino, sui balzi delle Dolomiti, negli anfratti insidiosi del Carso. La luce di tante battaglie vittoriose, di eroiche avanzate verso le città sorelle, che sospiravano l'amplesso della madre patria si eclissava dinanzi all'immane sventura di Caporetto.
Come lama tagliente scese nel cuore a noi Veneti la notizia ferale che il nemico, travolte le nostre organizzazioni difensive, s'era aperto il varco verso la pianura friulana. S'iniziava così il nostro doloroso calvario. Per un istante si credette che il Tagliamento potesse arginare l'irrompente avanzata. Ma svanita presto l'illusione, si delineò inevitabile l'occupazione nemica fino al Piave, e bisognò raccogliersi nella muta aspettazione del fatale avvenimento.
Giorni di tristezza indefinibile, di passione tormentosa, d'ansia mortale! Le nostre strade offrivano uno spettacolo miserando: profughi dal volto livido e stravolto, carriaggi, ambulanze, artiglierie, e colonne interminabili di truppe. Noi interrogavamo con muto sgomento il volto dei nostri soldati. La sventura vi avea impresso il suo solco sanguineo, ma nelle pupille brillava un raggio di d'indomita speranza. Il grande dolore aveva scavato dalle profondità dell'anima e levato in alto, rideste alla luce, le native virtù della stirpe. Leggevamo in quegli occhi la ferma volontà di resistere, di muovere alla riscossa. E ciò temperava nei nostri cuori la paura angosciosa dell'ignoto, che si rizzava dinanzi come feroce e implacabile fantasma.

L'arrivo dei nemici

Spuntava il 9 novembre: giornata triste. Una nuvolaglia grigia copriva il cielo quasi funebre, e stillava una pioggerella sottile, uggiosa, monotona.
Dovunque incombeva quel silenzio grave, che suole procedere le grandi bufere. La popolazione stava ritirata nelle case in preda ad un'ansia terribile. Scoccando dal campanile i rintocchi del mezzodì, che si disperdono nell'aria come singhiozzi. Passano le ultime pattuglie italiane di retroguardia. Notizie sempre più precise annunziano il graduale progresso dell'avanzata nemica.
Ed alle ore 15 e 30 ecco apparire sulla strada che da Pieve mette al tempietto delle Grazie alcuni uomini a cavallo, coperti di un ampio mantello: sull'elmo spicca il chiodo caratteristico dei Bavaresi e dei Sassoni. Procedono con cautela, spiano ad ogni angolo, temono agguati, fan risonare secchi colpi di mitraglia, ed entrano nel paese.
Nel piazzale delle scuole saltano a terra con un sordo rimbombo: ormai siamo a descrizione del nemico. Dietro al primo gruppo di cavalieri spuntano da tutte le strade, dai viottoli, di tra le siepi, soldati a piedi, che si disperdono in tutte le direzioni a prender possesso del paese.
Cala la sera, dal cielo continua lo stesso monotono stillicidio: è il pianto delle cose che si unisce al pianto dei cuori. La Canonica si siempie di parrocchiani in preda al terrore. Dalla finestra socchiusa del mio studio sto affannoso a spiare, quando due grossi colpi alla porta mi fan sussultare. Un ufficiale domanda del parroco, tiene in una mano una lampadina elettrica, nell'altra un piccolo vocabolario tedesco-italiano; dietro a lui arcigni e impettiti quattro soldato con corde al collo e pugnali. Vuol visitare la casa per accertarsi se ci siano soldati italiani. L'accompagno da per tutto, perfino nel granaio e in cantina. Quivi gli offro del vino, il suo volto s'illumina, accetta, ma prima devo assaggiarlo io. Gli raccomando di trattar con bontà i parrocchiani, sorride ironicamente, saluta e va.
Intanto nel buio della notte lampeggiano i fuochi rossastri; s'alzano fiammate nei cortili, ai crocicchi, nelle vie; un odor acre di carne bruciata giunge col vento umido della sera a nausear le narici. Si sente un rumore indescrivibile; urla di bestie, grida di donne, canti stranieri, strida rauche fanno un concerto selvaggio che assorda. E' incominciato il gavezzamento, la baldoria delle truppe in mezzo all'abbondanza. Al mattino sono visibili i segni dell'orgia notturna: ossi, tizzoni in ogni angolo; case aperte, disabitate, coi mobili sconquassati; cassetti derubati, biancheria e vestiti per terra, qua e là pozze di vino. E' una desolazione.
Il ritmo delle ruberie e degli sperperi non si allenta: nel corso di una settimana i soldati tedeschi s'insediano da padroni nelle case, dormono nei letti, confinando in qualche cantuccio i leggittimi possessori, tracannano il vino, ingoiano le riserve di cibo, che ai contadini han costato tanti sudori. Li vedo poi in Chiesa devoti, composti°2.
Arriva un generale nel palazzo Brandolini: mi presento a protestare, a chiedere aiuto, a invocare un pò di regola e di legge. Egli ascolta quasi impassibile, accarezzando dei grossi cani, le parole dell'interprete; poi mi guarda, sorride: "E' la guerra... l'avete voluta voi... eravamo alleati... ci avete traditi... ora godetevela...".
Sta per voltarmi le spalle. Invoco allora almeno la grazia di avere qualche medico per l'ospedale, dove tanti ammalati soffrono. Mi dice bruscamente: "ha venti bottiglie di vino? ... allora avrà i medici". Accenno di sì, esco con un ufficiale e due soldati, consegno le bottiglie, e gli infermi nostro possono finalmente avere le cure richieste.
Frattanto passano per Soligo i profughi si Sernaglia, Colbertaldo, Vidor, Valdobbiadene, Barbozza, Guia: è il corteo dolorante della miseria e della sventura. Passano a frotte, a piedi, su carri, su carriole, donne, vecchi, bambini, tutti istupiditi, inebetiti, accasciati: sembrano invocare la morte. Dopo una breve sosta a Soligo: "avanti gridano loro i tedeschi, verso il Friuli, la è sicura la vita, vi è pane, non vi sono granate".



Alla memoria carissima di Toffoli Andrea fu Gallo cristiano esemplare amoroso della famiglia ottantenne sopportò con pasienza gli orrori dell'invasione confidando nel premio del cielo dove si recò il 17 aprile 1921. I figli posero.





°1 Ad esempio le linvasioni francesi del 12.10.1796 e del 1798.
°2 Non so conciliare un contegno così edificante con tante ruberie. Un cappellano militare bavarese mi spiega l'arcano: " i soldati tedeschi, egli dice, sono leoni in guerra, fanciulli in chiesa, e in tempo di riposo ladroni rapaci: in bello leone, in ecclesia infantes, in requie latrones rapaces".

martedì 16 dicembre 2014

Gli archivi parrochiali di Farra di Soligo

 Farra di Soligo è un piccolo comune della provincia di Treviso, a pochi chilometri dal Piave. Si trova delimitato da alcuni colli sotto i quali si trovano le varie frazioni del paese: Soligo, Col San Martino e Farra. Confina con Follina, Miane, Moriago della Battaglia, Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia, Valdobbiadene e Vidor.Il centro più importante dei dintorni è Conegliano dove passa la ferrovia e l'autostrada Venezia-Belluno. Il paese è attraversato dal fiume Soligo che sfocia nel piave. Farra di Soligo prende il nome dal fiume omonimo e dal termine longobargo "Fara" che era l'unità fondamentale dell'organizzazione sociale e militare dei Longobardi.



Esistono a Farra di Soligo due chiese parrocchiali. Una in località Soligo dedicata a S. Pietro e Paolo,e l'altra in località Farra dedicata a Santo Stefano Promartire che è il duomo del paese.

Curiosamente la più antica delle due è quella di Soligo, dato che il Duomo era fino alla fine del 1700 sotto l'amministrazione della chiesa di Pieve di Soligo.

L'archivio di Farra è così composto:

Battezzati:    1770-1802 (1180 atti)
                   1803-1850 (1410 atti)

Matrimoni:   1747-1805 (304 atti)
                   1817-1892 (480 atti)

Defunti:       1780-1865 (2650 atti)

A questi vanno aggiunti gli indici e i libri dell'anagrafe austriaca.

Chiesa di Farra


L'archivio di Soligo (frazione di Farra di Soligo) è così composto:

Battezzati:    1573-1599 (Volume perduto o non reperibile)
                   1599-1667
                   1667-1721
                   1721-1804
                   1804-1848
                   1849-1889

Matrimoni:    1573-1667 (Volume perduto o non reperibile)
                    1667-1736
                    1736-1853
                    1854-1925

Defunti:    1573-1602 (Volume perduto o non reperibile)
                1602-1666
                1666-1721
                1722-1803
                1804-1848
                1849-1900
               
A cui si aggiungono gli indici e i libri dell'anagrafe austriaca.               


Chiesa di Soligo dal Colle San Gallo
I volumi indicati come "perduto o non reperibile" non sono stati trovati nell'archivio par. di Soligo sia nel 2009 che nel 2014. Dal libro scritto da Don Giovanni Pasin risulta che questi libri erano nell'archivio almeno fino al 1965.

Fonti genealogiche:

Stato Civile italiano https://familysearch.org/search/image/index#uri=https%3A%2F%2Ffamilysearch.org%2Frecapi%2Fsord%2Fwaypoint%2FM8JG-229%3A248109501%3Fcc%3D1947831
Stato Civile Napoleonico http://www.antenati.san.beniculturali.it/v/Archivio+di+Stato+di+Treviso/
Ruoli matricolari http://www.archiviodistatotreviso.beniculturali.it/Ruoli/RuoliMatricolari.aspx
I Bernardi, di R. Bernatdi, 2005.



Bibliografia consigliata:

Soligo distrutta, 1° set. 1944. Bongi, 2005 ( http://www.griobs.eu/pierobongi.html )
Elogio funebre del parroco di Soligo Don Giuseppe Busetti, Ceneda 1816 (https://books.google.it/books?id=zYv2kUiwG_YC&pg=PP12&dq=soligo&hl=it&sa=X&ei=CaSQVMv9K4XuaI3YgLAD&ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&q=soligo&f=false)
Un secolo di vita della latteria di Soligo
Soligo di Don Pasin, 1928


Sitografia:

http://www.farradisoligo.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/Farra_di_Soligo